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Il mistero della Genesi nelle sculture di Jimenez Deredia



Mariella Moresco Fornasier     info@caribenet.info







Un titolo di grande suggestione per una mostra monumentale, che riunisce quaranta opere dello scultore costaricano. 

Questa definizione è però un mero dato anagrafico, data l'universalità della sua opera, della sua ispirazione che traduce in possenti forme di bronzo e di candido marmo di Carrara, città dove ha scelto di vivere e lavorare in alternanza con il suo paese natale. Conosciuto a livello internazionale, con al suo attivo esposizioni in musei e prestigiose gallerie d'arte di svariati paesi, Jorge Jiménez Deredia nel 2000 si è conquistato l'onore, primo fra gli artisti non europei, di vedere una sua opera collocata nella Basilica di San Pietro a Roma. Forse il riconoscimento più alto della spiritualità della sua ispirazione. 

Un'ispirazione che viene da lontano, dalle forme millenarie delle sfere che rimangono l'unica testimonianza della civiltà boruca, fiorita nel sud dell'attuale Costa Rica circa 1.500 anni prima di Cristo, e che lascia insoluti gli interrogativi su queste opere perfette, talora di dimensioni gigantesche, che oltre al possesso di una tecnica compiuta dimostrano inequivocabilmente una particolarissima e profonda concezione della vita. 

La sfericità è il tema dominante delle sculture di Jiménez Deredia, anche quando il soggetto non è una delle sue suggestive composizioni di sfere che rimandano a significati primordiali, ma è una figura umana, più precisamente una figura femminile dalle morbidissime curve, archetipo della sorgente, dell’inizio della vita, che sempre è raffigurata o congiunta ad una sfera o in posizione raggomitolata, quasi sfera essa stessa, perfino nella sua opera più “orizzontale”, in cui una figura materna sembra fondersi con il frutto del proprio corpo, con un bimbo che viene quasi inglobato nel corpo stesso della madre. 

Il vincolo indissolubile che lega il corpo femminile alla genesi primordiale è sottolineato dalle opere in cui viene esplicitato il passaggio dalla figura dell’uovo (altro simbolo universale dell’inizio della vita) a quella femminile attraverso un progressivo dispiegarsi della materia, che “aprendosi” gradualmente come un fiore che sta sbocciando, percorre le diverse fasi dell’iter tra materia inanimata a “materia umana”. 

Su di lui è stato scritto che: “Molti uomini hanno affidato alla filosofia, alla matematica, alla poesia, alla letteratura la manifestazione del loro pensiero. Deredia lo fa con la scultura. La più fisica delle arti diventa così metafisica. In Deredia la trasformazione del marmo e del bronzo è metafora del processo senza tempo di trasmutazione del cosmo: materia che prende forma, vuoto che si riempie, materia che diventa luce”. 

Non c’è solo materia nella sua opera: il Tempo, con il profondo significato che riveste per lo scorrere della vita umana ma che sicuramente la trascende, è rappresentato dall’intervallo che separa tra loro le quattro sezioni in cui è articolata, o forse sarebbe meglio dire “scandita”, la mostra. Ogni dieci opere un intervallo, regolarmente, per rendersi anche fisicamente conto dell’alternanza tra vita compiuta e momento della genesi, in cui la materia trasmuta in nuove forme, in nuove vite. 

Una mostra che non poteva avere collocazione più felice della Limonaia del Giardino di Boboli, espressione anch’essa di una concezione di vita sorretta da una filosofia che vede l’uomo (o almeno aspira a che l’uomo sia) parte armoniosa dell’universo.





Ottobre 2006




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