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“Ayiti nan kem” - Intervista a Claudio del Punta



Attilio Aleotti   attilio.al@tiscali.it



Dal regista toscano la storia dello sfruttamento dei lavoratori haitiani della canna da zucchero nelle piantagioni della Repubblica Dominicana.



Buongiorno Claudio, come ha iniziato a fare cinema?

Vengo da una piccola cittadina Toscana, Carrara terra di anarchici e marmi... da lì il cinema e Cinecittà sembravano, quando io ho cominciato, più distanti del deserto del Sahara. Per questo motivo ho avuto degli inizi lavorativi molto duri, e le fatiche per riuscire a fare questo mestiere continuo a viverle sulla mia pelle ma. nonostante tutte le difficoltà, qualche film sono riuscito a farlo e adesso sto finendo un nuovo lavoro che ho girato tra la Repubblica Dominicana e Haiti.

Ci può raccontare qualcosa del suo ultimo film: “Ayiti nan kem”?

“Haiti nel cuore”, questa è la traduzione dal creolo del titolo, racconta, attraverso le vicende di quattro personaggi, dello sfruttamento dei lavoratori haitiani della canna da zucchero nelle piantagioni della Repubblica Dominicana.
Questa è una tragedia che purtroppo va avanti da moltissimi anni, e per questa gente indifesa la vita è fatta di soprusi, precarietà e miseria. E' una situazione molto grave che sembra ricordare più una condizione lavorativa di fine ottocento che non del 2006. Purtroppo, il guaio è che tutto questo sfruttamento massiccio di centinaia di migliaia di lavoratori haitiani o discendenti di haitiani avviene con la connivenza dei governanti dominicani, dal momento che la maggior parte delle piantagioni appartiene allo stato.

Può anticiparci qualcosa della trama?

E’ la storia di una ragazza e di suo marito che vivono in un batey, che insieme con un giovane amico cercano d’andarsene dalla piantagione per tornare ad Haiti.

Batey è un termine intraducibile, cosa significa questa definizione?

I batey sono i villaggi dove vivono i tagliatori di canna da zucchero all’interno delle piantagioni, che a tutt’oggi sono isolati da servizi e centri abitati importanti e dove chi vi è costretto a vivere, vive in miseria e senza molte possibilità di sganciarsi da lì per andare a procurarsi nuove opportunità. La parola batey proviene dalla lingua dei Tainos, la popolazione indigena che abitava l’isola prima dell’arrivo di Colombo, e indicava la piazza centrale dei loro villaggi dove le gente si riuniva. Oggi questo termine è comune in tutte le piantagioni di canna dei Caraibi di colonizzazione spagnola.

Si tratta di una realtà estrema, molto lontana dai nostri stili e standard di vita. Cosa l’ha interessata tanto da spingerla a ricavarne un film?

Soprattutto ho sentito il bisogno di raccontare il fatto che dietro le scintillanti spiagge e hotel turistici della Repubblica Dominicana, che accoglie e si arricchisce ogni anno con cinque milioni di turisti stranieri, si commette nell’ombra un sopruso di tali proporzioni che tocca più di 600.000 lavoratori, che vengono fatti vivere e lavorare in condizioni che neppure gli animali meriterebbero e tutto ciò con la partecipazione degli alti gradi militari, politici ed economici dominicani, che sono responsabili di ciò che avviene. Tra l’altro questo metodo di sfruttamento brutale, è stato importato anche in alcune parti della Florida dove i proprietari di alcune piantagioni, precisamente i fratelli Fanjul, due cubano-americani fuggiti da Cuba poco dopo la rivoluzione, sono i proprietari anche della più grossa piantagione a est di Santo Domingo chiamata Central La Romana. Questi encomiabili latifondisti sfruttano gli immigrati giamaicani in Florida nello stesso modo in cui sfruttano gli haitiani su Hispaniola... ma negli Stati Uniti hanno avuto alcune difficoltà perché un avvocato li ha portati in tribunale incriminandoli e ha avuto il primo grado di giudizio a suo favore... ora vedremo come finirà, anche se sappiamo bene quanto l’America ci abbia insegnato: che con il denaro e il potere la si scampa sempre. Comunque la cosa ha fatto notizia, tanto che anche Hollywood si è mossa e Jody Foster sta preparando un film su questa storia (in Florida).

Gli attori sono dei non professionisti, conosciuti nei batey, scelti tra la gente comune che vive le difficoltà e soffre le ingiustizie di cui tratta il film. In questo ricorda il Neorealismo:  in cosa il suo film si differenzia da quel movimento del dopoguerra.?

Mah, non vedo molte differenze, a parte il fatto che la tecnologia oggi ci permette di girare con meno mezzi e in forma più discreta. La sostanza però è la stessa: si tratta di raccontare storie vere e personaggi reali e coinvolgenti, quelle che in genere la televisione di oggi non racconta mai.

I personaggi del suo film vivono una vita di stenti, d’ingiustizia sociale di discriminazione e di miseria tali che pensavamo superati. Questa realtà convive contraddittoriamente nella Repubblica Dominicana con una borghesia urbana che ostenta tecnologia e modernità, dove rilucono le grandi catene del turismo internazionale, ma nessuno se n’accorge, come se a nessuno importasse. Crede che mettere in luce il problema, come fa il suo film, possa giovare in qualche modo alla vita di quella fascia di popolazione?

Questa è la speranza, soprattutto che se ne cominci a parlare, e attraverso i giornali e mass-media si favoriscano in qualche modo le pressioni di stati esteri che costringano la Repubblica Dominicana ad avere maggior rispetto per i diritti umani e quelli dei lavoratori.

A febbraio di quest’anno anche Amnesty International ha scritto una lettera al presidente dominicano Leonel Fernandez facendo la lista di tutti i soprusi e le violazioni che vengono commessi contro i diritti di queste persone e chiedendogli di sanare la situazione, ma finora non è cambiato nulla.

L’ultimo decennio di produzione cinematografica ha puntato sugli effetti speciali, si contraddistingue per uso ed abuso delle risorse digitali e si caratterizza in gran parte per essere cinema di spettacolo o d’evasione. Come crede che il pubblico accoglierà il suo film, così diverso, aspro, lontano dagli schemi usuali?

Non lo so... però sono sicuro che c’è ancora gente che ha voglia di vedere una storia che non sia raccontata con canoni scontati e la banalità che ci propina la televisione oggi o con gli effetti speciali da fumetto hollywoodiani... sono sicuro che da qualche parte esiste un pubblico così, anche se forse non numeroso......e io lo cercherò.






Settembre 2006




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