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  I murales della Chiesa di Santa María de los Angeles



Mauro Castagnaro    marina.elena@libero.it



foto: www.sergiomichilini.com





(v. foto I Murales della chiesa di S. Maria de los Angeles di Managua



Quando si pensa alla partecipazione dei cristiani latinoamericani alle lotte popolari, la mente va subito alla Teologia della liberazione, alle Comunità ecclesiali di base, agli innumerevoli preti, religiose, catechisti, vittime della repressione, insomma alla riflessione di fede, ai nuovi modelli di Chiesa e al martirio che questo impegno ha prodotto. Meno note sono le sue espressioni in altri campi, come la liturgia e l’arte sacra.

Il Nicaragua, che negli anni ’70-80 ha conosciuto la prima rivoluzione di orientamento socialista cui i cristiani abbiano partecipato massicciamente, offre due esempi in tal senso: la Misa campesina nicaraguense e i murales della chiesa di Santa María de los Angeles, nel barrio Riguero, a Managua. Ambedue le opere sono fortemente contestualizzate nel tempo e nello spazio, ma evocano sentimenti ed eventi di portata universale che conservano grande attualità.

La Misa campesina nicaraguense

La “Messa contadina” nicaraguense viene composta nel 1975 a Solentiname - isoletta del Lago di Nicaragua dove p. Ernesto Cardenal aveva fondato la sua comunità cristiana - da Carlos Mejia Godoy, un giovane cantautore cattolico che partecipa alla lotta contro la dittatura di Somoza, scrivendo anche l’inno del Fronte sandinista di liberazione nazionale (Fsln). Sviluppando una precedente “Messa popolare nicaraguense”, la Misa campesina riprende tutti i ritmi tipici delle diverse regioni del paese, dalla mazurca della Segovia alla danza indigena della Costa atlantica, e utilizza il colorito linguaggio popolare. Evoca inoltre i differenti elementi dell’ambiente naturale, prima di tutto la flora e la fauna, e della cultura nazionale, quasi facendo da contraltare religioso e musicale alla pittura primitivista di Solentiname. Il suo sottofondo teologico mette in luce il legame tra la fede cristiana, la bellezza del creato, la vita quotidiana del popolo e l’impegno per la liberazione sociale, esaltando la dignità degli oppressi, il valore della comunità e l’amore per il Dio dei poveri. “La Misa campesina ricrea una cristologia profetica umanizzata nel contadino, nell’operaio e nella lavoratrice della città e della campagna, che canta il Dio della vita e della speranza mentre resiste contro l’oppressione e costruisce giorno dopo giorno la nuova comunità”, sintetizza il teologo evangelico Benjamín Cortés, che conclude: “È il canto di una comunità impaziente e intensamente amata dal Datore della vita, nei confronti del quale, con la bellezza e profondità del suo essere e nella densità e intensità della sua fede, essa esplode di gratitudine”.

Proprio per il suo messaggio “rivoluzionario” la Misa campesina viene proibita nel 1976 dalla Conferenza episcopale del Nicaragua, ma ottiene l’apprezzamento del cardinale di Madrid, Vicente Tarancón, e dalle mani del suo ausiliare, mons. Alberto Iniesta, Mejia Godoy riceve il premio “Bravo” della Commissione dei mezzi di comunicazione della Chiesa spagnola. Tuttavia nel 1989 la Congregazione per il culto divino ribadisce (riferendosi pure alla precedente Misa popular nicaraguense e alla successiva Misa popular salvadoreña) il divieto di usarla negli atti liturgici, giudicandola non conforme alle norme del canone. Obietta p. Cardenal: “Immagino che per il mondo greco e latino la Messa tradizionale sia stata tanto moderna e rivoluzionaria quanto lo è per noi oggi quella di Mejia Godoy. E quest’ultimo è tanto ortodossa quanto quella, solo appartiene alla nostra epoca e alla nostra terra”. Essa è comunque divenuta inno delle Comunità ecclesiali di base dell’America centrale, è stata tradotta in sei lingue, adottata nelle liturgie battiste, luterane, episcopaliane, anglicane, morave, greco-ortodosse e inserita nell’antologia mondiale dei canti della Chiesa metodista. Constata dom Pedro Casaldaliga, vescovo emerito di Sâo Félix do Araguaja, in Brasile: “La Misa campesina è divenuta patrimonio della Chiesa latinoamericana e fa parte di molti canzonieri e celebrazioni in tutto il continente e fuori di esso, Perché traduce alla latinoamericana la fede cristiana e l’impegno per il Regno di Dio, che è, secondo il Vangelo, ‘buona notizia per i poveri’”. E “continua a essere cantata oggi, nutrendo la speranza e l’impegno del popolo”, conclude il gesuita statunitense p. Joseph Mulligan.

I murales della Chiesa di Santa María de los Angeles

La comunità cristiana del quartiere Riguero, di cui era parroco il francescano Uriel Molina, ha partecipato attivamente negli anni ’70 alla lotta contro la dittatura di Anastasio Somoza, tanto che molti suoi membri furono uccisi e altri entrarono nella guerriglia, divenendo dirigenti rivoluzionari.

Spiega p. Molina: “In Italia avevo imparato che gli affreschi del Medioevo erano la Bibbia dei poveri e al trionfo della rivoluzione ho pensato di fare una chiesa nella quale la pittura riflettesse la nostra storia di liberazione”. Così, tra il 1982 e il 1985, un’équipe di artisti professionisti italiani (tre pittori, un architetto e un ceramista) e una trentina di studenti nicaraguensi della Scuola nazionale di arti plastiche, sotto la direzione di Sergio Michilini, realizzano un “ciclo pittorico di integrazione plastica”, cioè di un complesso di pitture murali, altorilievi e sculture in ceramica intitolato “Storia del Nicaragua”. Il linguaggio plastico moderno si coniuga con un espressionismo spesso realista e un classicismo rinascimentale. La grande ricchezza e intensità cromatica, insieme alla varietà di prospettive, conferisce notevole dinamismo alla composizione, peraltro non priva di monumentalità.

L’opera copre 680 metri quadri, così suddivisi: un murale absidale di 150 metri quadri, murali laterali di 90 metri quadri e 440 metri quadri di policromia e integrazioni plastico-decorative. I murali che, lungo il perimetro della chiesa, riempiono gli spazi dal pavimento al tetto, convergono a livello narrativo nel murale principale, ubicato nell’abside.

Sopra l’ingresso principale vi sono decorazioni e sculture policrome che raffigurano due sacerdoti, a destra e a sinistra rispettivamente della dea del mais e di quella della fertilità, mentre al centro sta la coppia cosmogonica, Tamagastad e Cipaltonal, “quegli dei - disse p. Molina all’inaugurazione - che furono distrutti dalla cultura ispanica e noi restituiamo per incorporare la nostra cultura precolombiana alla risurrezione di Cristo, fine e utopia della storia”. All’interno della chiesa, dietro l’altare, c’è il murale centrale, detto “La risurrezione”, in cui gli elementi tipici della natura (la vegetazione tropicale, il caffè, il cotone, il mais), della realtà sociale (la raccolta della canna da zucchero, l’allegria dei bambini, le popolazioni indigene della Costa atlantica) e della storia politica (le madri degli eroi e dei martiri della rivoluzione, la colomba della pace, l’emancipazione della donna) del Nicaragua fanno corona al popolo che porta la croce dell’oppressione imperialista e da cui ascende al cielo un Cristo dai lineamenti tipicamente nicaraguensi. Il grande dipinto si integra senza soluzione di continuità con una pavimentazione in ceramica di 25 metri quadri, da cui emergono l’altare, un leggio e un fonte battesimale, dello stesso materiale nell’originale.

Nei murales che occupano le pareti laterali si ripercorre la storia del paese, riletta attraverso le figure e gli eventi della “Chiesa dei poveri”. Si inizia così con la rappresentazione, alla sinistra del portale, dello scontro tra Gil González Dávila, il conquistador che nel 1523 prese possesso del paese per conto del re di Spagna, e Diriangen, cacique protagonista della prima rivolta indigena, e, a destra, di Nicarao, il principale capo indigeno al momento dell’arrivo degli spagnoli, subito convertitosi al cristianesimo, ma poi ribellatosi agli invasori e da loro ucciso. Scorrono poi le immagini dei due profeti difensori degli indios nel XVI secolo: fra’ Bartolomé de las Casas, che rimase qualche anno in Nicaragua denunciando gli abusi cui i colonizzatori sottoponevano gli indigeni nelle miniere, fino a essere espulso dal governatore Rodrigo de Contreras, e fra’ Antonio de Valdivieso, terzo vescovo di Leon, la cui predicazione a favore della libertà dei nativi gli valse nel 1550 la morte per mano dei figli dello stesso Contreras. Quindi, inframmezzati dai murales dedicati al “Cristo contadino”, dal trittico intitolato “San Francesco costruisce la chiesa dei poveri” e da un’Annunciazione, sono dipinti mons. Simeón Pereira y Castellón, primo vescovo autoctono e autore nel 1912 di una lettera al cardinale di Baltimora, James Gibbons, in cui chiedeva la fine dell’intervento militare statunitense nel paese e il rispetto dell’autodeterminazione dei popoli centroamericani, e p. Azarias Pallais, precursore della “opzione per i poveri” nella prima metà del XX secolo e critico vigoroso della dittatura della famiglia Somoza; quindi si arriva ai personaggi più rappresentativi della lotta di liberazione, da Augusto Cesar Sandino, vero “padre della Patria” e protagonista dal 1926 al 1933 di una rivolta che costrinse i marines ad abbandonare il Nicaragua, a Carols Fonseca, fondatore nel 1961 del Fsln, caduto in combattimento nel 1976, dai preti guerriglieri Camilo Torres, promotore dell’Esercito di liberazione nazionale in Colombia, ucciso nel 1966, e Gaspar García Laviana, entrato nell’Fsln nel 1977 e morto l’anno dopo in uno scontro a fuoco con la Guardia nazionale somozista, responsabile nel 1979 anche dell’assassinio di Luis Alfonso Velázquez, un bambino di 9 anni simbolo della resistenza civile. Vengono, infine, ricordati mons. Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, ammazzato sull’altare dagli “squadroni della morte” dell’oligarchia locale, e i coniugi Maria e Felipe Barreda, agenti di pastorale assassinati dai gruppi armati antisandinisti nel 1983 e simbolo della possibilità di essere cristiani e rivoluzionari.

“Alcuni si sono affrettati a denunciare la ‘politicizzazione’ e ‘profanazione’ del tempio”, commentava il teologo Giulio Girardi. “Gli stessi che hanno sempre considerato normale la presenza nell’‘arte sacra’ di re, generali, conquistatori, crociati, gridano oggi allo scandalo perché nella chiesa compaiono guerriglieri come Sandino, Carlos Fonseca, Camilo Torres, Gaspar Garcia Laviana. Ma i nicaraguensi rivoluzionari hanno trovato proprio in queste immagini la storia autentica del loro paese e della loro chiesa, riscattata dal punto di vista del popolo”.

Campagna per il restauro dei murales di Santa María de los Angeles

Le infiltrazioni d’acqua dal tetto rischiano di danneggiare irreversibilmente i murales della chiesa di Santa María de los Angeles, dichiarati “Patrimonio culturale della nazione”.

Per evitarne il definitivo deterioramento, alcuni italiani, attraverso l’Associazione per la cooperazione rurale in Africa e America latina (Acra), un organismo non governativo di cooperazione allo sviluppo da anni presente in Nicaragua, hanno definito, insieme ai frati francescani che reggono la parrocchia e a Sergio Michilini, un progetto di recupero che prevede, in particolare, il totale rifacimento del tetto, ormai indifferibile, la pulizia e il restauro dei murales, la ricostruzione del complesso dell’altare in legno e del pavimento in ceramica, la predisposizione di pannelli esplicativi e di una guida divulgativa, per un totale di circa 33.000 dollari.

I contributi possono essere versati sul conto corrente postale n. 14268205 o sul conto corrente bancario n. 8183 presso la Banca popolare di Milano (Abi 05584 – cab 01706), entrambi intestati ad Acra Onlus, Via Breda 54, 20126 Milano, sempre indicando la causale “Taller Gaudì Nicaragua per restauro chiesa”.



Per informazioni e iniziative: Mauro Castagnaro (tel.0373-82229 - marina.elena@libero.it)


Gennaio 2006



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